In principio Dio creò. Due racconti, un solo messaggio
Quest’anno abbiamo deciso di dedicare l’intero primo anno della Scuola Secondaria di primo grado alla conoscenza dell’Antico Testamento: dopo l’introduzione sulla Bibbia, accompagneremo gli studenti alla scoperta delle principali figure, delle storie e dei temi fondamentali. Nel prossimo anno, invece, l’attenzione si sposterà sul Nuovo Testamento e su alcuni momenti significativi della Storia della Chiesa. Durante questa prima lezione, ci soffermeremo sul racconto della Creazione.
Potremmo iniziare chiedendo agli studenti: “Secondo voi, cosa significa creare?”
Durante il rapido brain storming, le parole chiave che dovremmo far emergere sono sicuramente: dare vita, costruire, inventare, iniziare, generare…
I due racconti della Creazione nella Bibbia
Il primo racconto si trova proprio all’inizio del testo sacro, Genesi 1,1–2,4a, lì troviamo il famoso incipit: In principio Dio creò il cielo e la terra. Il resto del testo lo troviamo qui.
Quando Dio crea, lo fa con la sua parola: creare significa distinguere, separare. Subito dopo aver creato il cielo e la terra, Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Egli separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte.
Il Big bang
Ricordiamo che, prima del mondo, c’era il caos. L’opera di Dio è presentata come positiva: sei volte, come un ritornello, al termine di ciascun giorno il testo ripete: «Dio vide che era cosa buona».
Oggi la scienza prova a risalire all’istante esatto in cui l’universo ha avuto origine. Al CERN di Ginevra si tenta di ricreare in laboratorio le condizioni del Big Bang, ma finora si è riusciti a spingersi solo fino a un milionesimo di milionesimo di secondo dopo l’inizio. Le ricerche portano la conoscenza al limite: particelle sempre più piccole, energie e velocità sempre più elevate. Eppure, il momento in cui l’energia si è trasformata in materia resta ancora un mistero. Se già comprendere come sia nato l’universo è una sfida tuttora aperta, capire perché tutto abbia avuto inizio potrebbe rimanere, forse per sempre, una domanda senza risposta.
I primi giorni
Nel primo giorno Dio crea i cieli e la terra, cioè l’intero universo, il giorno e la notte. Nel secondo giorno dà forma al firmamento, separando le acque che stanno in alto da quelle che si trovano al di sotto. Nella cosmologia del Vicino Oriente antico e nella tradizione ebraica, il cielo era concepito come una volta solida (il firmamento o rāqîaʿ) che separava le acque superiori da quelle inferiori. La pioggia veniva spiegata come il passaggio delle acque dall’alto attraverso questa volta. Allo stesso tempo, l’osservazione di sorgenti, fiumi e mari che emergevano dalla terra portava a immaginare l’esistenza di acque sotterranee. Questa visione offriva una spiegazione simbolica e coerente dei fenomeni naturali, in un’epoca in cui non esistevano conoscenze scientifiche.
Nel terzo giorno Dio raccoglie le acque sotto il cielo e dà loro il nome di “mare”, facendo così emergere la terra asciutta. Poi ordina alla terra di far nascere germogli, piante con seme e alberi da frutto.
Nel quarto giorno Dio crea il sole per illuminare e governare il giorno, e la luna e le stelle per rischiarare la notte. Se nelle antiche civiltà questi astri erano venerati come divinità, nella fede ebraica e cristiana sono semplici creature di Dio. San Francesco d’Assisi li chiama affettuosamente «Fratello Sole» e «Sorella Luna». Con la loro comparsa nascono il tempo, i giorni, la storia: da qui traggono origine i calendari, solare e lunare.
Nel quinto giorno Dio crea i grandi mostri marini e tutte le creature che nuotano e si muovono nelle acque, insieme agli uccelli del cielo. Li benedice e ordina loro di moltiplicarsi e popolare mari e cieli. È interessante notare che anche la scienza colloca le prime forme di vita nell’acqua, come narra la Bibbia; tuttavia, secondo gli studiosi, tra quei primi organismi e l’arrivo dei mammiferi trascorsero miliardi di anni, e circa duecento milioni fino alla comparsa dell’essere umano. Nel racconto biblico, invece, tutto si svolge in pochi giorni: nel tempo di Dio, l’uomo è creato il giorno successivo.
La creazione dell’uomo
Nel sesto giorno Dio crea gli animali della terra—bestiame, rettili e selvatici—e anche qui «Dio vide che era cosa buona». Al culmine della creazione, decide di fare l’uomo a sua immagine e somiglianza: «maschio e femmina li creò». L’uomo è immagine di Dio perché ogni persona possa riconoscerlo nel volto dell’altro, negli occhi di chi si ama. Uomo e donna sono creati alla pari, per vivere in armonia con il creato e con gli altri viventi. All’essere umano Dio affida il mondo: lo deve proteggere e custodire; è responsabile del benessere del creato. La vita umana è superiore a quella animale, ma l’uomo non può mancare di rispetto agli animali. In principio la sua alimentazione è vegetale; solo dopo il diluvio Dio lo autorizzerà a mangiare carne. Il sesto giorno si chiude con una soddisfazione speciale: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona».

Dio dona la vita ad Adamo
Apriamo una breve parentesi sulla Creazione di Adamo realizzata da Michelangelo, mostrando questo breve filmato.

Dio crea il mondo in sei giorni e nel settimo si riposa. Perché aggiungere un altro giorno? Sei è numero imperfetto; sette, indivisibile, indica la pienezza. Il settimo non è un giorno vuoto: è contemplazione. Come un artigiano al termine dell’opera, Dio contempla il lavoro ben fatto.
Secondo racconto – Genesi 2,4b–25
Nella Bibbia c’è anche un secondo racconto della creazione, probabilmente più antico. In esso Dio crea l’uomo subito dopo il cielo e la terra, prima delle piante e della pioggia; qui il ruolo dell’uomo è molto più marcato. Dio plasma l’uomo dalla polvere del suolo e soffia nelle sue narici un alito di vita: così l’uomo diventa un essere vivente. Il suo nome è Adamo.
Adamo significa “uomo/umanità”. Il termine ebraico ’ādām richiama, nel suo significato di base, il rosso dell’argilla da cui l’uomo è tratto: «Il Signore Dio plasmò l’’ādām dalla polvere dell’’ădāmāh (terra)» (Gen 2,7). È evidente il legame tra la materialità di Adamo e la terra (’ādām/’ădāmāh); un’assonanza che, per via del colore, rimanda allusivamente anche a dām, “sangue”.
Dio poi pianta un giardino in Eden, a oriente, irrigato da quattro fiumi: Pison, Ghicon, Tigri ed Eufrate. Gli ultimi due sono noti perché scorrono in Mesopotamia, culla della civiltà; i primi due restano misteriosi: lo storico Giuseppe Flavio li identifica rispettivamente con il Gange e il Nilo, ma l’esatta corrispondenza è incerta.
L’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male
Nel giardino dell’Eden Dio fa spuntare ogni sorta di alberi, compresi l’Albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. Vi colloca l’uomo e gli comanda di nutrirsi di tu tti i frutti, tranne quelli dell’albero della conoscenza del bene e del male, avvertendo che nel giorno in cui ne mangerà, certamente morirà.
L’uomo è ancora puro e ignaro: non possiede la conoscenza del bene e del male. È solo, e Dio decide di dargli un aiuto che gli sia alla pari; per questo modella dalla terra gli animali selvatici e gli uccelli e li conduce all’uomo perché dia loro un nome. Per gli ebrei questo gesto è molto importante: dare il nome significa conoscere, riconoscere e avere responsabilità. Quando Adamo dà il nome agli animali, mostra che l’uomo ha un ruolo speciale nel creato. Dio gli affida la natura perché se ne prenda cura, non per rovinarla. Dare un nome vuol dire saper osservare, capire e distinguere. Adamo riconosce le differenze tra gli animali, proprio come Dio aveva separato la luce dalle tenebre. Questo episodio insegna che l’uomo non è padrone assoluto della natura, ma custode: deve proteggerla, rispettarla e usarla con responsabilità.
Adamo assegna i nomi a tutte le creature, partecipando così all’opera creatrice come collaboratore di Dio. Tuttavia, tra gli animali non si trova un compagno adeguato; allora Dio fa cadere l’uomo in un sonno profondo, prende una sua costola, ne plasma la donna e la conduce all’uomo.
In questo quadro, Dio si rivela un artigiano: lavora l’argilla come un vasaio e mette a dimora gli alberi come un contadino. La donna non è ridotta a un semplice aiuto. Nel giardino, Adamo ed Eva stanno l’uno accanto all’altra, nudi e senza vergogna.
La tasgressione
Poi appare l’animale più astuto tra i selvatici: il serpente, emblema della tentazione.
È proprio il serpente a chiedere, in modo subdolo, ad Eva se è vero che Dio ha vietato loro di mangiare i frutti di tutti gli alberi del giardino. Eva, a differenza del serpente, dice la verità ovvero che possono mangiare i frutti di tutti gli alberi tranne quello dell’albero che sta in mezzo al giardino, altrimenti morranno.
Il serpente risponde che non moriranno e che Dio sa che mangiando quel frutto loro conoscerebbero il bene e il male diventando come Lui. Così Eva mangiò il frutto e lo diede da mangiare ad Adamo.
I loro occhi si aprirono e si accorsero di essere nudi, così intrecciando delle foglie di fico, si coprirono.
Mangiando quel frutto credeva di diventare come Dio, di diventare onnipotente come Lui e invece si scopre fragile ed indifeso. Nudo.
La triste scoperta
Mentre Dio passeggiava nel paradiso terrestre, i due si nascosero tra gli alberi all’udire i passi di Dio.
L’idillio che c’era stato fino a quel momento tra Dio e uomo sta per rompersi, la storia dell’umanità sta per iniziare.
Dio chiama Adamo e lui gli dichiara di essersi impaurito e, in quanto nudo, di essersi nascosto. Lui gli chiede chi gli ha fatto sapere di essere nudo e incalza chiedendo se ha mangiato del frutto dell’albero proibito. Adamo non nega, ma inizia il primo scaricabarile della storia: dà la colpa ad Eva che, confessando, incolpa il serpente.
Dio maledice il serpente tra tutti gli animali e pone inimicizia tra l’animale e la donna. Anche alla donna riserva parole dure: partorirà con dolore.
Anche a Adamo rivolge parole dure: con dolore e fatica dovrà trarre il cibo dalla terra che è maledetta per causa sua.
Il male
Qui si apre il dilemma sull’origine del male: se tutto era buono, perché il serpente tenta la donna? Nei secoli il serpente è stato spesso identificato con il diavolo, come a collocare il male fuori dall’essere umano. Eppure, un’altra lettura suggerisce che il male possa annidarsi nell’uomo stesso: nella superbia, nel narcisismo, nella pretesa di oltrepassare i propri limiti. In questa prospettiva, l’illusione di conquistare eternità e onniscienza—anche attraverso strumenti come la clonazione o l’intelligenza artificiale—appare come uno dei tanti tentativi di assicurarsi una vita lunghissima e una conoscenza senza confini.
Con la cacciata dal Paradiso terrestre prende avvio la storia della salvezza e, insieme, la storia dell’umanità.
Adamo chiamò sua moglie Eva, perché fu la madre di tutti i viventi.
Nel momento più buio, Dio apre uno spiraglio di speranza: la trasgressione sarà cancellata e il male sconfitto. Riveste i due con tuniche di pelli per coprirne la nudità.
Nel giardino restava l’albero della vita, con i suoi frutti di immortalità; perché nessuno violasse il divieto divino, Dio pose a oriente del giardino due cherubini con una spada fiammeggiante a custodirlo.
Mangiando il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, l’uomo è divenuto capace di distinguere il giusto dall’ingiusto; non avendo mangiato dell’albero della vita, non ha ottenuto l’immortalità e, anzi, ora sa di essere mortale.
La metamorfosi dopo la trasgressione
Dopo la trasgressione, l’uomo subisce una profonda metamorfosi. Il passaggio dall’innocenza alla consapevolezza segna una trasformazione interiore che cambia per sempre il suo modo di stare nel mondo. Prima della disobbedienza, Adamo ed Eva vivevano in un equilibrio armonioso con Dio, con la natura e con se stessi: erano nudi e non provavano vergogna, perché nulla turbava la loro identità. Ma dopo aver mangiato il frutto proibito, sperimentano un’improvvisa fragilità: si scoprono esposti, vulnerabili, impauriti. La conoscenza che hanno acquisito non li rende simili a Dio, come aveva promesso il serpente, ma rivela loro i limiti della propria condizione. Nascono così emozioni nuove — vergogna, paura, senso di colpa — che li spingono a nascondersi non solo da Dio, ma anche da se stessi. Da creature fiduciose e trasparenti diventano esseri inquieti, segnati dall’insicurezza e dal desiderio di coprirsi. Questa metamorfosi segna il passaggio dall’armonia originaria a una condizione segnata dalla fragilità, dalla fatica e dalla consapevolezza del limite, che caratterizza da allora l’esperienza umana.

Attività di classe
Abbiamo ideato un’escape room che farà entrare gli studenti nei due racconti biblici della creazione trattati nella lezione. Loro troveranno sei stanze chiuse, in ognuna ci saranno domande, enigmi e indovinelli collegati all’argomento trattato. Dovranno completare le attività per poter aprire ogni porta fino a raggiungere l’uscita. Ricordiamo ai ragazzi di segnare tutte le lettere verdi che troveranno nelle diverse stanze, per poter risolvere l’enigma finale, quello che li condurrà all’uscita.
